12 cose da ricordare prima di iniziare a lavorare

Quando ho scelto di riprendere in mano il Bullet Journal l’ho fatto per cercare, attraverso l’autonarrazione, di mettere finalmente in ordine ciò che mi stava succedendo. Poter razionalizzare le cose che accadono è sempre stata una cosa che mi aiuta tantissimo nei momenti difficili e in questo più di tutti avevo bisogno di fermarmi e mettere ordine tra i miei pensieri e quindi anche nel mio modo di approcciarmi al lavoro.

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Bullet Journal e cura di sé

Questo 2019 si è aperto in maniera davvero terrificante per me. Mi sono lasciata alle spalle il mese peggiore della mia vita ed ora, piano piano, mi sto rialzando.

Non sempre quando si vivono periodi orrendi è possibile rialzarsi da soli (e ricordatevi che non c’è niente di male a chiedere aiuto o affidarsi ad un professionista), ci sono però alcune strategie che possiamo adottare per cercare di prenderci cura di noi stessi e delle nostre emozioni. Io ho deciso di dedicarmi alla scrittura.

Esistono diversi studi scientifici che parlano di come la scrittura possa essere un sostegno in periodi difficili (a fine articolo vi lascio qualche lettura che potrebbe interessarvi a questo proposito). Io però vorrei parlarvi della mia esperienza, partendo dall’inizio, arrivando sino alla fine e quindi… concludendo. Sì, avete ragione, dovrei smettere di rileggere Alice.

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“Pensa a chi sta peggio!” non ha senso

Quando una persona sta male una delle cose che può essere certa di sentirsi dire è “sì, ma pensa a chi sta peggio di te”. Qual è il senso di questa frase?

Sostanzialmente una semplice delegittimazione del dolore da parte di chi si trova incapace di gestire il malessere altrui e cerca quindi una soluzione semplice e rapida per potersi togliere dall’impiccio.
Essere incapaci di gestire il malessere altrui non deve essere visto come una critica in generale, perché nessuno ci insegna a gestire il nostro dolore, che anzi va nascosto il più possibile (quello reale perlomeno, magari questo punto lo approfondiremo più avanti), figuriamoci se qualcuno si può preoccupare di perdere tempo per spiegarci come gestire il dolore altrui.

Ci sono due cose da tenere in considerazione sulla frase “Pensa a chi sta peggio”:

  1. Pensare a chi sta peggio migliora in qualche modo la mia situazione o la situazione della persona che vorrei aiutare?
  2. Perché penso che sapere che ci sono altre persone al mondo che possono soffrire quanto o più di me dovrebbe mettermi, o mettere qualcun altro, di buon umore?

Trovo estremamente corretto cercare di mettere le situazioni in prospettiva per cercare di aiutare se stessi o gli altri ad andare avanti trovando una strada per migliorare la propria situazione, ma mettere le cose in prospettiva è molto diverso dalla delegittimazione.
La prospettiva permette alla persona di trovare un modo di razionalizzare ciò che sta succedendo pensando a ciò che si è già superato, a cosa è importante per la persona, a strade alternative per raggiungere l’obiettivo o semplicemente al fatto che “ciò che non uccide fortifica” (odio le frasi fatte, ma ancora di più i giochi di parole).

In questo caso non si sta paragonando ciò che la persona prova con quello che provano altri, impedendogli di vivere il proprio dolore come se il fatto stesso che qualcuno possa soffrire di più impedirebbe il dolore di chi non raggiunge quella stessa soglia.
Che poi oggi ci siano persone che si vantano di star male perché il “mai una gioia” è diventato una moda sui social non ci sono dubbi, ma credo che questo sia un altro tipo di problema, che riguarda più il mondo della visibilità online che non il reale dolore personale.

Vorrei infine soffermarmi un attimo sul concetto del “stare meglio perché qualcuno sta peggio”. Per voi funziona davvero così?
Se muore una persona a voi cara vi sentireste in qualche modo sollevati dal fatto che qualcun altro ha perso tutta la famiglia?
Se la risposta è “sì” forse avete davvero bisogno di aiuto e dovreste riflettere sulla possibilità di vedere un professionista. Non c’è nessuna ironia o scherno in quello che sto dicendo, ma sono davvero convinta che una simile mancanza di empatia debba davvero essere controllata.

 

Gay Pride: perché esserci

Devo confessarvi una cosa. Ho sempre pensato che il Pride fosse una pagliacciata, una fiera dell’esibizionismo in cui mettersi in mostra che non avrebbe portato nessun vantaggio nella lotta per la parità di diritti, che poi, quali diritti? Perché diamine due persone dovrebbero volersi sposare? Che battaglie inutili!
Poi sono rinsavita. Scelta e obbligo sono due concetti troppo diversi per poter essere anche solo lontanamente paragonati. Continua a leggere

Ricetta: risotto fragole e menta

Si, anche io ho storto il naso la prima volta che ho sentito che qualcuno aveva avuto la geniale idea di mettere le fragole nel risotto. Siccome però sono fatta strana e la mia curiosità vince sempre e comunque la diffidenza nei confronti delle cose che non conosco e quindi ho deciso di provare questa ricetta strana anche io.
Le prime formule mi piacevano, ma avevano siccome avevano sempre qualcosa nel gusto che non tornava alla fine ho deciso di rivederlo un po’ sino a trovare la ricetta perfetta (per il mio gusto ovviamente).  Continua a leggere

Edimburgo: tra misteri e raccapriccio

Edimburgo regala, nei fortunati momenti di sole e cielo sereno, dei paesaggi mozzafiato in cui il verde dei parchi si fonde con costruzioni che passano dallo stile vittoriano al moderno senza far storcere troppo il naso. La Old Town, arrampicata sul colle basaltico dominato dal castello, il Castle Rock appunto, è rimasta quasi completamente medioevale, con muri in pietra e ingressi in legno che portano a locali in cui ci si trova immediatamente a proprio agio. Lungo il Royal Mile, la strada che si inerpica su verso il Castle Rock, partendo dalla sfarzosa Holyrood Palace, dimora scozzese della famiglia reale inglese, si perde il conto dei vari scorci da cartolina, che continuano a fioccarci davanti agli occhi. Le piccole strade laterali presenti lungo la Via, denominate Closes perché danno su vicoli ciechi o piccole coorti, lasciano filtrare il tanto giusto di luce che rende le foto anticate e quasi magiche…

Ma quando il sole tramonta, l’atmosfera cambia rapidamente. I viottoli rimangono in penombra, rischiarati da piccole lanterne che inquietano più che rassicurare e le correnti d’aria che vi circolano fanno accapponare la pelle ad ogni ululato del vento.

La suggestione ha sempre funzionato egregiamente per poter rendere emozionanti anche le costruzioni più banali, figuriamoci qui, dove ogni singola pietra sembra riportare ai secoli passati: anni di pestilenze, di caccia alle streghe e truculenti esecuzioni pubbliche. Edimburgo infatti ha un passato turbolento che accompagna la sua storia sin dalle età più antiche. Prima invasa dai romani, poi dalla popolazione vichinga, poi dagli inglesi e successivamente dagli inglesi, dagli inglesi e…da altri scozzesi.

In questo turbinìo di minacce continue, la città ha sempre potuto contare sulla resistenza della rocca fortificata, circondata da mura e abbarbicata sul cucuzzolo della nera collina rocciosa. Verso il XVII secolo nessuno aveva quindi intenzione di costruire la propria abitazione fuori dalle mura, dove sarebbe stato facile preda della prossima invasione (ad opera, chissà, magari degli inglesi) e, non potendo espandere le mura, vista la posizione, si risolse di costruire nel solo senso rimanente: in verticale.

In una città al tempo persino priva di sistema fognario, potete ben capire che gli architetti non erano ferrati sui concetti di sicurezza delle costruzioni e, vista la rapidità con la quale cresceva la domanda di abitazioni al riparo delle mura, vennero innalzati piani su piani di abitazioni in legno. Abitazioni in balìa di venti e intemperie che, non raramente, finivano per appoggiarsi gli uni agli altri o crollare al suolo, seppellendo nelle macerie tutti i suoi occupanti. Altre abitazioni vennero scavate al di sotto della città, sino alla profondità di 25 metri, con buona pace di chi soffriva di claustrofobia.

Advocates Close

Advocates Close, Edinburgh. From ‘Edinburgh: Picturesque notes’ by Robert Louis Stevenson, 1879.

Dato che poco sopra ho nominato prima la totale mancanza di un sistema fognario, coma poteva la popolazione disfarsi dei fluidi corporei che il metabolismo umano produce quotidianamente? La risposta è semplice e scontata: in strada, svuotando i pitali dall’alto delle finestre della propria abitazione, annunciando il tutto con un grido: “Gardyloo!” (storpiatura in chiave scozzese del francese “Gardez l’eau” ovvero “attenzione all’acqua!”).

Queste pratiche salutari, in un ambiente sovrappopolato ed in un periodo in cui chi effettuava estrazioni dentarie e salassi era la stessa persona che ti tagliava i capelli, attirò una visitatrice d’eccezione: la peste.

È ora che la città inizia a popolarsi di fantasmi e spiriti inquieti. La peste dimezza in pochi anni la popolazione cittadina, con una ferocia ed una virulenza che porta i regnanti in alcuni casi a murare letteralmente i Closes infetti, nel vano tentativo di fermare l’epidemia, condannando a morte di fatto le persone non ancora contagiate che vi erano all’interno. Ad oggi uno dei Closes che subirono questa sorte è il Real Mary’s King Close, vicolo che si snoda al di sotto del Royal Mile, visitabile con un Tour organizzato che porta i visitatori tra urla spaventose e storie sussurrate sino alla stanza della piccola Annie, spirito inquieto che ancora vaga su questo piano alla ricerca della sua bambola perduta (Per i più razionali di voi, si può donare qualche sterlina per la eterea bimba in questione ed i fondi raccolti vanno al Royal Hospital for Sick Children, direi che questo scalda il cuore più di un fantasma evanescente).

Al termine di questo periodo di allegria e spensieratezza, ci si ritrovò in una città quasi disabitata in cui la metà della popolazione era passata a miglior vita e si capì quanto fosse stupida la convinzione che il morbo si propagasse attraverso i cattivi odori. Ci si concentrò dunque su cause più razionali e documentabili: maledizioni e stregoneria.

La Scozia è tra le regioni europee in cui la caccia alle streghe fu più feroce. Tra la fine del XV ed il XVIII secolo le fonti ufficiali parlano di 216 condanne per stregoneria, mentre quelle ufficiose portano questa cifra sino a due volte tanto. D’altronde la procedura per poter avviare un processo per stregoneria è semplice: basta una denuncia anonima. Questo significava che bastava pochissimo: fai uno sgarbo? Sei antipatica? Qualcuno ti invidia? Sei accusata di stregoneria e resti colpevole sino a prova contraria.

Le prove per le streghe di North Berwick, News of Scotland, 1950

Le streghe di North Berwick incontrano il diavolo secondo un pamphlet locale del tempo, il “Newes from Scotland”, 1590

Il tribunale era sempre comunque rigoroso, vi erano diversi modi per potersi accertare della colpevolezza o meno di una presunta strega. Per esempio, la sospettata poteva essere legata ad una pietra e buttata nel fiume. Se entro tre minuti tornava a galla allora era una strega e la si poteva bruciare/impiccare/decapitare senza rimorsi. Se invece non emergeva…beh, la santa donna era morta da innocente e martire della fede.

Un altro modo era quello di rinchiudere la sospettata in un barile da whisky irto di punte al suo interno e farlo rotolare giù per il Royal Mile. All’arrivo si riapriva il barile e si chiedeva alla malcapitata se era pronta a confessare. Di solito si otteneva una risposta positiva, altrimenti si ripeteva la procedura dal principio.

Si narra che tra la popolazione della capitale scozzese vi fu una donna, tale Agnes Finny, che riuscì a collezionare ben venti denunce di stregoneria contemporaneamente, decisamente poco amata da chiunque la conoscesse. Se si parla di spiriti inquieti, dunque, questo periodo riempie la scorta con centinaia di anime dannate pronte a far capolino tra la nebbia dei vicoli della Old Town.

La popolazione della city, come tutta quella europea del tempo, riempiva le piazze per vedere processi e condanne, ancora meglio se capitali. I bambini venivano portati ad osservare cosa sarebbe successo loro se trasgredivano le leggi e questo bisogno di sangue e violenza pubblico agitava immense folle ad ogni decapitazione (le teste poi venivano issate su pali al centro di Mercat Cross, dove ancora oggi è usanza scozzese sputare a terra in segno di scongiuro) o impiccagione.

Queste ultime in particolare ebbero più di una volta risvolti quasi comici. In un’occasione la corda del condannato venne legata troppo lunga, con il risultato che, all’aprirsi della botola, lo stesso poté toccare il suolo e reggersi in punta di piedi per circa un’ora, prima che un’attonita giuria decretasse che il volere divino era di risparmiarlo. In un’altra occasione, invece, lo strattone funzionò e venne dichiarata compiuta la sentenza, salvo poi dover rettificare il tutto quando, durante il trasporto della “salma” chiusa dentro la bara verso il cimitero, la stessa abbia battuto più volte dall’interno del feretro fino a farsi liberare, sempre col beneplacito del tribunale.

La storia di Edimburgo è decisamente travagliata quindi, ricca di misteri, sangue e violenze. Decine sono i tour guidati in città, sia a piedi che in autobus, che permettono di avvicinarsi a queste storie, di saltare dallo spavento o sgranare gli occhi dalla meraviglia. Vi basterà cercare su internet o aguzzare gli occhi ai cartelloni per strada. Tra tutti quelli a disposizione, noi abbiamo scelto di affidarci al “The Cadies and Witchery tour”, optando per il pacchetto “Ghost and Gore”. Una scelta dettata dall’istinto ma che ci ha soddisfatto tantissimo (attenzione, il tour è in lingua inglese). Alexander Clapperton (deceased) ci ha guidati magistralmente e, aiutato da un trasformista d’eccezione, ha saputo divertirci e spaventarci tenendo sempre alta l’attenzione nostra e dei nostri compagni di avventura. Consigliatissimo sotto ogni punto di vista.

Crudeltà, fantasmi, intrighi e curiosità, tutti ingredienti che inquietano gli animi e solleticano la fantasia, in una città che tra vicoli e nebbie, miserie e nobiltà, sa trasformare una passeggiata al chiaro di luna, in un lungo e affascinante brivido di terrore.

Taika e Panda @ Cadies and Witchery tour 2018

Una fantastica foto ricordo a fine tour

Calabria – Toscana On The Road #2

Nella prima parte avevo finito parlandovi del B&B di Maratea in cui abbiamo passato la nostra ultima notte al sud prima di risalire verso la Toscana. Il meridione ci ha stupito tantissimo, è una terra che molto ricorda profumi e colori della Sardegna e che forse proprio per questo non è mai stata in alta posizione quando si doveva organizzare una vacanza, da ora non la si sottovaluterà di certo. Ma adesso è il momento di parlare del viaggio di ritorno. Continua a leggere

Toscana – Calabria On The Road #1

Una tra le cose più interessanti fatte in questo piovoso e autunnale maggio è stato andare ad un matrimonio di carissimi amici giù in Calabria. Visto che abbiamo in mente un po’ di viaggi On The Road (OTR) per l’Europa abbiamo deciso di testare la macchinetta nuova con un viaggetto per l’Italia. Abbiamo scelto il tragitto, scelto gli stop ed è iniziata l’avventura!

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Perché dai visibilità a chi disprezzi e ignori chi ti piace?

Al Salone del Libro di Torino sono andata ad ascoltare la presentazione dell’ultimo volume di A Panda piace… di Giacomo Bevilacqua. Panda è un fumetto, anzi, un personaggio, che seguo dai suoi esordi online quindi non potevo sorvolare su questa uscita che festeggia i suoi 10 anni di vita. Ad accompagnare la presentazione c’era Sio e questo mi ha convito ancora di più a seguirla (come se ce ne fosse bisogno in realtà!). L’evento è stato fenomenale, Sio e Bevilacqua insieme sono una squadra che incanta il pubblico, anche perché, in mezzo a battute e risate non ci si è risparmiati importanti argomenti di riflessione e uno in particolare vorrei condividerlo con voi. Continua a leggere