Gay Pride: perché esserci

Devo confessarvi una cosa. Ho sempre pensato che il Pride fosse una pagliacciata, una fiera dell’esibizionismo in cui mettersi in mostra che non avrebbe portato nessun vantaggio nella lotta per la parità di diritti, che poi, quali diritti? Perché diamine due persone dovrebbero volersi sposare? Che battaglie inutili!
Poi sono rinsavita. Scelta e obbligo sono due concetti troppo diversi per poter essere anche solo lontanamente paragonati.
Il punto non è il matrimonio, il punto non è l’adozione, il punto è essere classificati umani di serie B. Perché non avere gli stessi diritti, pur avendo gli stessi doveri vuol dire essere giudicati dallo stato un po’ meno umani degli altri. E a me queste cose stanno abbondantemente sulle palle, perché purtroppo sono fatta così: ho un padre vigile del fuoco che mi ha insegnato la bellezza di aiutare gli altri e una madre spaccaculi che mi ha sempre dimostrato che per quanto il mondo sia duro noi lo siamo di più.

Dopo aver capito l’assurdità delle leggi mancanti e la delusione per la storpiatura delle leggi sulle unioni civili mi sono resa conto che non basta il consenso silenzioso, perché purtroppo (o per fortuna) è giunto il momento della Teoria del Chihuahua™ ¹. Quindi c’è bisogno di tenere alta l’attenzione.

In questi casi poi è difficile che i mezzi di informazione possano aiutare, abbiamo già parlato di quanto per loro sia importante cercare lo shock per poter vedere e quindi tutti fanno a gara a chi cerca la notizia più assurda, poco importa che poi sia falsa (tanto le bufale sono tali sono quando disconfermano i nostri pregiudizi). In questo senso il Pride è utile solo sino a quando si può pubblicare qualcosa che generi flame, quindi condivisioni, quindi visite al sito o acquisti per le riviste.

In ogni caso, sabato 7 luglio, con mio marito, una volta finito di lavorare, siamo partiti alla volta di Bologna. Non so neanche io cosa mi aspettassi, la curiosità e il desiderio di esserci, di far sentire anche la mia voce, erano il primo motore. Resta il fatto che non ho la minima idea di come si possa parlare male di una manifestazione simile.
Chiariamoci, i rincoglioniti ci sono, come in qualunque altra manifestazione, ma parlare male di un corteo di 50.000 persone perché in mezzo c’erano 2 scemi mi pare un po’ come buttare 5 kg di ciliegie per averne trovato 2 pestate.

Il Pride non è il momento in cui si fanno le leggi, il Pride è il momento in cui si fa sapere alla politica di esserci, di essere in tanti e di non essere più disposti a sopportare di essere cittadini di serie B solo perché non si corrisponde agli stereotipi di una società con la legislazione incapace di rispondere ai reali bisogni dei cittadini.
Per questo credo che la partecipazione ai Pride da parte di tutti, non solo di chi fa parte della comunità LGBTQ, il fatto che degli esseri umani non siano in possesso degli stessi diritti umani di altri dovrebbe essere una cosa che fa incazzare tutti, non solo chi è soggetto alla discriminazione.

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Comunque, per i curiosi, il mio matrimonio è uguale a prima, niente è cambiato a causa della vicinanza con persone “strane”. Hanno anche provato a spacciarci un po’ di gIender, Marco si è svegliato con un brillantino sulla guancia il giorno dopo, ma oltre questo non sembra essere stato infettato.

Poi se volete possiamo parlare di quanto io trovi inutili le categorizzazioni di genere, ma vorrei evitare che questo articolo si trasformi in un libro, quindi credo ve ne parlerò più avanti.


  1. Teoria personale per la quale le persone o i gruppi con meno sicurezza che si sentono in minoranza fanno un sacco di casino pur di farsi notare (Chihuahua), mentre le persone più sicure o i gruppi più numerosi, consci del proprio valore non hanno bisogno di rumoreggiare (molossoidi). Questo effetto porta all’idea che i gruppi più casinisti siano anche più numerosi perché le loro voci si sentono di più.

 

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