Bullet Journal e cura di sé

Questo 2019 si è aperto in maniera davvero terrificante per me. Mi sono lasciata alle spalle il mese peggiore della mia vita ed ora, piano piano, mi sto rialzando.

Non sempre quando si vivono periodi orrendi è possibile rialzarsi da soli (e ricordatevi che non c’è niente di male a chiedere aiuto o affidarsi ad un professionista), ci sono però alcune strategie che possiamo adottare per cercare di prenderci cura di noi stessi e delle nostre emozioni. Io ho deciso di dedicarmi alla scrittura.

Esistono diversi studi scientifici che parlano di come la scrittura possa essere un sostegno in periodi difficili (a fine articolo vi lascio qualche lettura che potrebbe interessarvi a questo proposito). Io però vorrei parlarvi della mia esperienza, partendo dall’inizio, arrivando sino alla fine e quindi… concludendo. Sì, avete ragione, dovrei smettere di rileggere Alice.

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“Pensa a chi sta peggio!” non ha senso

Quando una persona sta male una delle cose che può essere certa di sentirsi dire è “sì, ma pensa a chi sta peggio di te”. Qual è il senso di questa frase?

Sostanzialmente una semplice delegittimazione del dolore da parte di chi si trova incapace di gestire il malessere altrui e cerca quindi una soluzione semplice e rapida per potersi togliere dall’impiccio.
Essere incapaci di gestire il malessere altrui non deve essere visto come una critica in generale, perché nessuno ci insegna a gestire il nostro dolore, che anzi va nascosto il più possibile (quello reale perlomeno, magari questo punto lo approfondiremo più avanti), figuriamoci se qualcuno si può preoccupare di perdere tempo per spiegarci come gestire il dolore altrui.

Ci sono due cose da tenere in considerazione sulla frase “Pensa a chi sta peggio”:

  1. Pensare a chi sta peggio migliora in qualche modo la mia situazione o la situazione della persona che vorrei aiutare?
  2. Perché penso che sapere che ci sono altre persone al mondo che possono soffrire quanto o più di me dovrebbe mettermi, o mettere qualcun altro, di buon umore?

Trovo estremamente corretto cercare di mettere le situazioni in prospettiva per cercare di aiutare se stessi o gli altri ad andare avanti trovando una strada per migliorare la propria situazione, ma mettere le cose in prospettiva è molto diverso dalla delegittimazione.
La prospettiva permette alla persona di trovare un modo di razionalizzare ciò che sta succedendo pensando a ciò che si è già superato, a cosa è importante per la persona, a strade alternative per raggiungere l’obiettivo o semplicemente al fatto che “ciò che non uccide fortifica” (odio le frasi fatte, ma ancora di più i giochi di parole).

In questo caso non si sta paragonando ciò che la persona prova con quello che provano altri, impedendogli di vivere il proprio dolore come se il fatto stesso che qualcuno possa soffrire di più impedirebbe il dolore di chi non raggiunge quella stessa soglia.
Che poi oggi ci siano persone che si vantano di star male perché il “mai una gioia” è diventato una moda sui social non ci sono dubbi, ma credo che questo sia un altro tipo di problema, che riguarda più il mondo della visibilità online che non il reale dolore personale.

Vorrei infine soffermarmi un attimo sul concetto del “stare meglio perché qualcuno sta peggio”. Per voi funziona davvero così?
Se muore una persona a voi cara vi sentireste in qualche modo sollevati dal fatto che qualcun altro ha perso tutta la famiglia?
Se la risposta è “sì” forse avete davvero bisogno di aiuto e dovreste riflettere sulla possibilità di vedere un professionista. Non c’è nessuna ironia o scherno in quello che sto dicendo, ma sono davvero convinta che una simile mancanza di empatia debba davvero essere controllata.

 

Consumismo e insoddisfazione

L’ho già detto, mi ripeto e comunque non lo dirò mai abbastanza. È molto più semplice scaricare la colpa su qualcun altro quando le cose vanno male, piuttosto che prendersi le proprie responsabilità, rimboccarsi le maniche e costruire un percorso migliore.

Si torna a parlare di consumismo, questa volta non attraverso un libro, ma pensando in maniera propositiva a ciò che si può fare nel proprio piccolo per poter superare la smania del consumo dovuto a bisogni costruiti appositamente per lasciarci sempre insoddisfatti.

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Felicità: mens sana in corpore sano

Orandum est ut sit mens sana in corpore sano

Sorvolando sulla prima parte, non credo che la preghiera possa incidere notevolmente su questi fattori, l’assioma mens sana in corpore sano sono sempre più convinta che debba essere posto nelle fondamenta per la costruzione della nostra felicità e non un obiettivo da raggiungere. Lo sport è una valvola di sfogo, che da la possibilità di manifestare in un ambiente protetto la rabbia accumulata durante la giornata.

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Alla base della felicità

Si parla sempre tanto di felicità, ognuno ha il suo modo di definirla e identificarla ma proprio per questa labilità nell’interpretazione del termine tutti la cercano ed in pochi sanno cosa stanno cercando. Forse il problema sta proprio nella ricerca, o meglio, nei luoghi in cui avviene questa ricerca: è possibile affidarsi al mondo esterno, liquido e frenetico, per trovare qualcosa di tanto complesso e indefinito?

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